Storia di una fotografia. A walk to Paradise Garden

 

“A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento?”

                                                                                                        William Eugene Smith

Le citazioni, si sa, sono spesso un tentativo di ricondurre ad una sola frase un’idea complessa, o addirittura, una intera esistenza.

“È il 1955; al MOMA di New York si inaugura una mostra destinata a divenire leggendaria nella storia della fotografia: Family of man. Steiehen, ideatore e curatore, ha selezionato 503 foto di 273 autori di paesi diversi. L’intenzione è quella di fare “il punto” sulla condizione umana e di promuovere la fotografia “come strumento per penetrare la superficie delle cose”. L’ultima immagine, quella scelta per chiudere l’emozionante percorso sul presente e per lanciare un espressivo sguardo verso il futuro è A walk to Paradise Garden di Eugene Smith. La scelta è tutt’altro che banale e, al contrario, ricca di significati simbolici”.

Corrispondente durante la seconda guerra mondiale nelle isole del Pacifico, Smith il 23 maggio del 1945 viene ferito da una granata a Okinawa. Pesanti le conseguenze: due dolorosi anni di ospedale, 32 interventi chirurgici e il senso dello smarrimento profondo del senso del fotogiornalismo nel dopoguerra, lo portarono ad interrogarsi sull’opportunit, o meno, di riprendere in mano una macchina fotografica. Quella che era stata una lontananza forzata a causa delle condizioni di salute si stava trasformando in un rifiuto mentale, difficile da superare.
“Convalescente, per la prima volta dopo il ferimento, prova a riprendere in mano una macchina fotografica e a trascinare il suo spirito creativo e irrequieto fuori dall’esilio in cui si è chiuso. Davanti a lui, i suoi due figli camminano sicuri attraverso la foresta. Smith inquadra e scatta. Ha il bisogno urgente di creare un’immagine che parli del gentile momento di grazia, che si opponga alla depravata bestialità della guerra, suo ultimo detestato soggetto. Il risultato è una delle più famose foto di tutti i tempi. Nei passi dei due bambini che si tengono per mano, c’è l’appassionato desiderio di un uomo di rinascere, di girare le spalle all’oscurità e camminare verso la luce. Una suggestiva evocazione del viaggio dal paradiso perduto al paradiso ritrovato, una speranza per sé e per il proprio tempo”.

La seconda guerra mondiale era finita, l’umanità stava cercando di affacciarsi su una nuova epoca; la storia personale di Smith e la nascita di un nuovo mondo si intrecciano in una composizione fotografica non studiata e con perfetta luminosità, dalle tenebre alla piena luce.

E’ difficile non notare, scrivendo di questi temi, una profonda analogia con i nostri giorni, con le trasformazione profonde che li attraversano e con i paradossi che ne scaturiscono. Un contesto in cui, più che mai, dovremmo tentare di mettere a fuoco la soglia di un baratro, forse ancora poco rischiarato per poterne vedere il fondo. Non quello della guerra, certo, ma del precipizio sempre più impercettibile e pur sempre pericolosamente in agguato, che si confonde con il luogo comune, con l’indifferenza indotta dalla rapidità di un pensiero che non potrà mai affondare in profondità, ma neanche, riuscirà ad elevarsi. Speriamo di poter contribuire anche noi a farvi luce per un momento, intenti come siamo nel calarci in esso.

AtelierTransito © 2012

Per visionare l’opera originale di W. Eugene Smith, clicca qui

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