Andrea Camilleri “Dentro il labirinto”

Edoardo Persico: profeta della nostra giovinezza

Una impalpabile leggerezza narrativa e sapienza formale caratterizzano l’ultimo testo di Andrea Camilleri: Dentro il labirinto (Skira 2012).

Libro dal contenuto ambiguo, come le stesse vicende che vi sono narrate. Tra il romanzo e l’inchiesta, tra il saggio e la biografia. Andrea Camilleri si cimenta nello stesso genere letterario che rese celebre La scomparsa di Majorana, in cui Leonardo Sciascia trasformò la vicenda dell’eminente fisico catanese, volatilizzatosi nel 1938, in un caso letterario d’interesse nazionale. Una combinazione di ricerca storica e invenzione narrativa, appunto, la cosiddetta docufiction per un altro enigma italiano irrisolto.

“Ho davanti a me le riproduzioni di quattro disegni che rappresentano il medesimo soggetto: la testa di un cadavere disteso sopra un tavolo d’obitorio. Si tratta di schizzi dal vero. Il morto si chiama Edoardo Persico”.

Il folgorante incipit riassume il clima inquieto che attraversa l’intero libro. Come irrequieto e iperattivo è questo protagonista di una delle più effervescenti stagioni culturali milanesi: Edoardo Persico. Ricordato soprattutto come il fondatore e la mente della Galleria Il Milione dei fratelli Ghiringhelli e come condirettore della rivista “Casabella” insieme a Giuseppe Pagano, Persico fu progettista e allestitore, intelligente animatore e promotore culturale – fondatore tra l’altro del Gruppo dei Sei.

Il dubbio, che attraversa sin dall’inizio la nostra mente, dopo la lettura del libro, è il medesimo su cui da sempre è incerta la critica ufficiale, e riguarda l’ambiguità politica di Persico (peraltro cattolico fervente e intransigente come lo definisce l’autore): un’incertezza, questa, che ha intriso di mistero la figura di questo pensatore a tutto campo, così come il mistero della sua morte. Ambiguità che fa del protagonista degli ultimi tre capitoli del libro, quelli dedicati all’invenzione narrativa (una traccia per un romanzo e un ipotesi narrativa), un eroe fragile, un giovane confuso, un tragico disilluso, ma anche un’inarrivabile intellettuale, tutt’altro che “organico” o integrato.

Persico fu, invece, presumibilmente, scopritore ingegnoso, prensile, alla maniera di Raymond Roussel, con la capacità innata di “fare mondi” e di inscenarli. Una spugna che assorbiva di tutto, lo ha definito Camilleri in varie occasioni, dalla pittura all’architettura, dalla grafica al design, “con una capacità di apprendimento semplicemente strepitosa”. Una capacità identica a quella di un suo altro sfortunato coetaneo (in realtà di un anno più giovane), amico e interlocutore, Pietro Gobetti.

Persico moralista, si è anche sentito dire. Persico capace, semmai, di cogliere le contraddizioni vive del suo tempo, di attraversarne i paradossi, le ansie e rilevarne i pregi e l’arbitrio spesso tenacemente mescolati in esso.

Evidentemente in anticipo sui suoi tempi, veramente contemporaneo, siamo tentati di affermare, il pensiero di Persico era già, stiamo parlando del terzo decennio del Novecento, autenticamente europeo e cosmopolita, ma anche attento alle particolarità nazionali e locali: glocal, come si usa dire oggi.

Una personalità caratterizzata da un piglio intransigente, che suscita l’ammirazione anche di chi ha, nel presente che viviamo, la caparbietà di unire aspetti e dimensioni; congiungendo, miscelando i diversi livelli di realtà in un giudizio agile, in un segno convincente.

Persico maestro di fronte a tanto blaterare di manifesti, di pensate, che nell’innovazione culturale vedono una crescita, possibilmente immediata dell’assetto economico e imprenditoriale, forse ancor prima che socio-culturale.

Persico profetico oppositore ad una qualunquistica, e alla fine opportunistica, retorica della creatività.

MarioRicci_AtelierTransito©2012

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