Observatorium. Arte, ambiente e architettura

In un panorama internazionale, incurante delle condizioni antropiche del pianeta, dove sempre di più le tendenze dominanti sono modellate sull’immagine iconica e mediatica dell’architettura, una delle voci fuori dal coro è ben rappresentata dal collettivo di artisti olandesi raggruppati sotto il nome di Observatorium che, dal 1997, con sede a Rotterdam, lavora per creare relazioni tra arte, paesaggio e società, in maniera inconsueta e paradossale. Le opere e la filosofia di Geert van de Camp, Andre Dekker e Ruud Reutelingsperger – i fondatori di Observatorium – sono approdate di recente nel nostro Paese, anche grazie ad una iniziativa didattica, promossa dal Politecnico di Milano e l’invito, da parte dell’organizzazione “Esterni”, a proporre un progetto per il giardino della Cascina Cuccagna a Milano.

Quello che desta interesse nel lavoro del collettivo olandese attiene a quella dimensione prossima alla produzione artigianale che rifiuta la ricerca dell’effetto patinato di immagini auto celebrative, oltre che la ricerca di uno sconfinamento dei limiti disciplinari, rispetto a quelli accademicamente riconosciuti, nell’indagare le trasformazioni territoriali. Attraverso la  restituzione di elementi installativi, scultorei ed effimeri, oltre che funzionali, i loro progetti e realizzazioni, sembrano suggerirci la via per raggiungere la consapevolezza di un luogo. L’obbiettivo e il bisogno di trasformare uno spazio generico in un luogo attraverso l’esperienza dell’attraversamento, della sosta e dell’osservazione, emerge chiaramente dal loro testo Big Pieces of Time, libro-manifesto con cui Observatorium tratteggia le linee del proprio lavoro.

Le esperienze del gruppo olandese, coinvolgono sempre un insieme di persone con le quali discutere e condividere un progetto collettivo e sono sempre dirette alla definizione di un particolare punto di vista da cui guardare il mondo (senza giudicarlo troppo attraverso qualche categoria morale). La predilezione è per quei luoghi feriti, dove cercare di ri-attivare l’attenzione per il territorio, l’ambiente e il loro utilizzo, sempre mettendo a disposizione delle persone apparati effimeri volti ad intercettare e integrare mondi ed esperienze, date comunemente per separate.

Nel 2010 l’ex bacino industriale della Ruhr è ormai dimesso, i danni all’ambiente sono stati in parte risarciti dagli interventi e programmi, che hanno trasformato la dismissione industriale nell’occasione per un’architettura iconica e spettacolare: dal Red Dot Design Museum di Norman Foster, al Rurh Museum di OMA, fino al Museo di Arte Contemporanea di Herzog & De Meuron e alle altre archistar di fama internazionale.

E’ in questo contesto che s’inserisce Waiting for the river, uno dei progetti forse più emblematici di Observatorium. Il progetto, posato sul letto dell’Emscher – il fiume che attraversa la Ruhr – è declinato attraverso una forma ibrida, oscillante tra l’installazione effimera e la trans-tipologia del padiglione. Procedendo a zig-zag, un percorso-ponte, metafora per eccellenza della transizione, collega una serie di padiglioni abitabili, all’interno dei quali un gruppo di studiosi dell’ambiente è stato invitato ad abitare e studiare il luogo per riflettere sul futuro dell’area, in seguito al suo rinnovamento in chiave turistica e in attesa che il fiume torni a scorrere.

Così come nella maggior parte delle opere del trio olandese, la predilezione per l’utilizzo di materiali poveri, fragili e riutilizzabili, evidenzia il carattere temporaneo ed effimero, oltre che il rispetto del contesto, invitando alla cura dell’ ambiente al suo utilizzo.

Un rispetto, che è anche consapevolezza per le trasformazioni che l’ambiente, il territorio e il paesaggio vivono, e hanno vissuto. Observatorium ci suggerisce così, in senso anti- retorico,  la via per un’architettura leggera, eventuale e sostenibile, intrecciata profondamente alle condizioni di una natura inevitabilmente artificiata e che, come afferma Wendell Berry, ha nella cultura l’unico mezzo con cui sarà possibile preservarla.

MarioRicci_AtelierTransito©2012

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