Pierluigi Nicolin “La verità in architettura. Il pensiero di un’altra modernità”

Nell’ultimo libro di Pierluigi Nicolin,  La verità in architettura. Il pensiero di un’altra modernità, (2012, edizioni Skira) l’autore raccoglie e rivede molti dei saggi finora apparsi, in ordine sparso, sulle ultime annate di “Lotus International”, rivista trimestrale di architettura, diretta dallo stesso Nicolin fin dal 1978. Questo testo è uno strumento interessante per coloro i quali trovano nell’impegno teorico dell’autore una “mappa” con la quale orientarsi nel pluralismo interpretativo della contemporaneità. Perché di questo si tratta, di definire e comprendere una realtà che è la somma dell’intrecciarsi e del confondersi di innumerevoli vie. C’è un passaggio nel libro – che appartiene a quella narrazione “fuori opera” che l’autore esprime attraverso una “scrittura più informale” – che non lascia dubbi in proposito:

“Ha capito infine il titolo Le vie dei canti: si riferisce alle migliaia di linee immaginarie che, secondo le conclusioni di Chatwin, attraversano l’intero continente australiano; ogni canto tradizionale sarebbe la rappresentazione musicale delle caratteristiche geografico-topografiche di un tratto di una di queste vie.                                                                                                                                                                                                                                                 Ha pensato: chi non vorrebbe percorrere questa mappa?”

Nelle vie dei canti  sembra prendere corpo la metafora che da sostanza alla “verità”, menzionata nel titolo del libro. La verità in architettura, afferma l’autore, non esiste e può scaturire piuttosto, e in maniera relativa, dall’intrecciarsi “dei percorsi, linee immaginarie che attraversano il nuovo continente architettonico e ciascuno sarebbe la rappresentazione delle caratteristiche di una di queste vie e delle scoperte fatte durante il viaggio”. “Verità” tutt’altro che scontata, dunque, che non si “trova” picassianamente,  ma è da “ricercare con metodo analitico o intenzionale, …[aprendo] varchi dentro una boscaglia,… [un metodo] che potrebbe essere chiamato anche metodo d’invenzione”. Certamente Nicolin si riferisce a quella “scienza del discontinuo” che stimola “a cogliere nuove associazioni”, e “a vedere figure nelle nuvole”.

Libro difficile, dunque, che delude in partenza sulla promessa fatta nel titolo. Inoltre la maggior parte dei saggi che lo compongono sono attraversati da una sorta di velata necessità poetica,  come dalla “sprezzatura” del capitolo iniziale. E ci imbattiamo in quest’atmosfera in tutta la sua impellenza anche nella conclusione del libro. L’autore ci conduce, infatti, a Cap Martin sul mare della costa azzurra davanti al cippo che ricorda il luogo in cui è morto Le Corbusier. Con questo finale Nicolin vuole, certamente,  dirci qualcosa.

Per qualcuno sarà facile leggere in questa visita al cabanon lecorbusieriano un’ulteriore profezia sulla morte dell’architettura moderna, visto  il momento di profonda crisi che viviamo. Qualcuno potrebbe addirittura leggervi una completa mancanza di speranza per le sorti della nostra professione. L’architettura moderna, il pensiero della modernità, sembra invece suggerirci Nicolin, è certamente  costellato di paradossi e di ambiguità, ma se c’è stata “morte”, si tratta solo di qualcosa di transitorio, solo di un “transito”, e non della conclusione di un percorso. Di fronte a noi, l’azzurro del cielo, l’ebbrezza del mare, il profumo del vento ci invitano a proseguire su quelle vie con lentezza ed esperienza, confidando nell’immensità di un territorio, di una geografia culturale, che può ancora riservarci grandi avventure.

MarioRicci_AtelierTransito© 2012

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