30-10-2012. I disegni di Aldo Rossi alla galleria Jannone. Recensione ad una mostra appena conclusa.

Quando giunsi alla Facoltà di Architettura di Milano, alla conclusione degli anni ’80, rimasi scioccato dai libri che alcuni corsi di Composizione “imponevano” di studiare per l’esame progettuale, agli studenti del primo anno di corso. Erano i testi cult della cosiddetta “tendenza”: L’architettura della città di Aldo Rossi; L’architettura come mestiere e altri scritti di Giorgio Grassi; L’architettura della realtà di Antonio Monestiroli; ecc., ecc. Pensai che avevo sbagliato scuola. Che avevo sbagliato tutto. Erano notti concitate alla ricerca della risposta ad un’inquietudine che montav

Un bel giorno mi capitò fra le mani un libretto di disegni di Aldo Rossi, quello con i cavalli  rappresentati nella loro conformazione osteologica. Da quel giorno riuscì a comprendere, non solo l’architettura, di Aldo Rossi e degli architetti a lui vicini, ma anche i loro scritti.

                        

I disegni, e non gli scritti o i progetti, mi avevano fornito la risposta: la risposta ad un’inquietudine che mi attanagliava il petto. Mi chiesi immediatamente: perché non mostrare i disegni (agli studenti), e non i progetti e gli scritti? Un’idea sbagliata per quei tempi. Anche se erano appena trascorsi quelli in cui molti architetti italiani si erano messi a disegnare. A pensarci bene, l’ultima grande stagione, su carta, per l’architettura italiana: Arduino Cantafora, Franco Purini, Aldo Rossi, Massimo Scolari, ecc.

E adesso ho di fronte gli stessi disegni, non quelli dei cavalli ovviamente (che non ho più visto), ma disegni connotati dalla stessa sostanza (dalla medesima essenza).

Disegni d’architettura,…che belle parole. Ma che significato hanno oggi?

Questo penso, tra le mura “bianche”, della piccola e storica, galleria di Antonia Jannone, una galleria che da sempre espone i disegni degli architetti. Qualcosa mi ha condotto qui! In una scatola bianca immersa nel verde di un bel cortile. Quel qualcosa che è inutile star lì a cercar di definire.

C’è una frase di Wittgenstein che sarebbe piaciuta ad Aldo Rossi; che potrebbe, forse, spiegare molti suoi disegni. Progetti. Scritti.

“Se ci si studia di evitare di esprimere l’inesprimibile – scrisse il filosofo austriaco all’architetto Paul Engelmann nel 1917 – allora niente andrà per duto. L’inesprimibile sarà, ineffabilmente, contenuto in ciò che può essere espresso”.

Il ricordo di questa citazione, alla galleria Jannone, nei primi giorni d’autunno, mi dà, attraverso l’analogia, quella stessa sensazione. “L’inesprimibile è ciò che in fondo costituisce l’essenza fondamentale della nostra esistenza, esso non può essere rappresentato, ma soltanto circoscritto, contenuto, salvaguardato in via negativa, da ciò che è possibile esprimere in modo intelligibile e che costituisce l’unica forma praticabile del reale”.

Ecco l’effetto prodotto da una piccola mostra: qualche disegno, incorniciato, su pareti bianche.

MarioRicci_AtelierTransito©2012

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