Lotus International 151 (ottobre 2012)

“…rimanendo in bilico sul ponte che unisce instabilmente vecchie concezioni a compiti nuovi”[1]                     

I dubbi e le incertezze, le luci e le ombre che avvolgono il dibattito sull’architettura italiana, e i modi per interpretarlo, sono il contenuto del numero 151 di Lotus International (ottobre 2012).

Quasi quarant’anni sono trascorsi da quando Manfredo Tafuri pronunciava, rispetto a tutt’altre considerazioni, le parole citate all’inizio. Parole che oggi sembrano descrivere perfettamente, secondo noi,  il panorama entro il quale questo dibattito si va articolando. E osservando i progetti e le realizzazioni pubblicati in questo numero di Lotus International, e leggendo gli scritti di vecchi e nuovi protagonisti della critica e dell’architettura italiana, appare evidente che in questo Paese, la cultura architettonica non registra arretramenti, piuttosto, accumula delusioni.

La parte più impegnativa di questo fascicolo di Lotus è rappresentata dai testi che configurano l’“impianto critico” a supporto della tesi del numero: quelli che accompagnano  le categorie attraverso le quali sono stati selezionati i progetti, e quelli contenuti nell’’appendice finale,  frutto di una “tavola rotonda virtuale di professionisti e studiosi…coinvolti nell’argomento”. Impossibile dare conto di tutti i temi che si  intrecciano e si richiamano in questi scritti. Una maniera inusuale  per affrontare questi contenuti (soprattutto se guardiamo alla critica italiana recente), potrebbe essere quella di isolare gli spunti positivi e articolarli tra loro. Non è difficile immaginare che la “configurazione” che ne risulterà, non darà mai luogo a un’“unità” .

Diciamo subito, che per l’architettura italiana lo stimolo ad aderire ai modelli, e alle migliori vocazioni  internazionali contemporanee – come molti degli autori auspicano ardentemente negli scritti e nelle architetture che compongono questo fascicolo -, è un presupposto necessario ma non sufficiente. Una risposta univoca a questa  questione, potremmo trovarla proprio chiedendoci che cosa significa essere contemporanei, e se è sufficiente aderire al proprio tempo per esserlo. In un testo dal titolo Che cos’è il contemporaneo?, Giorgio Agamben afferma, che “appartiene veramente al proprio tempo, che è veramente contemporaneo, colui che non coincide perfettamente con esso, né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e affermare il suo tempo”.[2]

Intempestivo, sarebbe colui il quale vuole “prendere posizione” rispetto al presente, e che evita con attenzione di abbandonarsi alla pura registrazione e al semplice rispecchiamento –  foss’anche quello che ha per oggetto la complessità del mondo contemporaneo. Intempestivo, è qualcuno per cui la trasparenza non ha significato. Per lui, la contemporaneità è quella  particolare relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una “sfasatura” e un “anacronismo”.

Volendo, a questo punto, inscrivere l’intero dibattito sull’Italian Theory all’interno di una dicotomia generale, viene spontaneo riferirsi a quella che oppone dispersione ad inclusione, per poi sforzarsi di ribaltare il significato di questi termini. Rileggere e re-interpretare i testi e i progetti che compongono questo fascicolo di Lotus, attraverso questa chiave interpretativa, dovrebbe risultare sufficiente per aprire un discorso a più entrate e più uscite.

Questa chiave di lettura è introdotta, in un certo senso, dallo stesso Pirluigi Nicolin, direttore della rivista. Un “approccio molecolare in architettura”, assume proprio questo significato. Quello che Nicolin chiama un “paradigma indiziario”, è , in realtà, un paradigma caratterizzato dalla dispersione, una volta che, quell’altro paradigma, quello inclusivo – postmoderno, per così dire – va lentamente esaurendosi. Vedere le cose “con gli occhi carichi di stupore”, non può che riferirsi ad una modalità induttiva – per interpretare, rappresentare, trasformare il mondo -, segnata dall’immersione e dall’invenzione, da un atteggiamento  sempre in transito tra conoscenza ed esperienza – intercettando, così, un’altra antinomia ormai divenuta obsoleta: quella tra sapienziale ed esperienziale.

Per riassumere, potremmo interpretare la dispersione come ciò  che troviamo quando consideriamo la “verità dell’architettura” come la somma dell’intrecciarsi e del confondersi di innumerevoli vie.[3] In un contesto nel quale l’architettura non è neppure più percepita come un edificio o come un oggetto, ma sempre più come un territorio, come un’insieme di molteplici relazioni.

Ma il rovesciamento del paradigma inclusivo è da ascrivere sicuramente a peculiarità non circoscritte soltanto al nostro Paese. “La deriva ecologica del pianeta”,  i mutamenti climatici e le inquietudini da essi sollevate, “la coscienza dell’incopatibilità tra il nostro modello di sviluppo e le risorse naturali disponibili”, le crisi politico economiche che si susseguono ci impongono di modificare il modo con cui progettiamo e gestiamo il mondo. Preoccupazioni  che hanno introdotto, soprattutto attraverso il pensiero ambientalista, la questione del “rapporto tra architettura e luoghi”, supportata da  un’attitudine verso la limitazione, la sostenibilità, la parsimonia,e che hanno  orientato l’attenzione verso una responsabilità della manutenzione e della cura del territorio, dell’ambiente e del paesaggio, e in generale verso le risorse e l’esistente.

Strategie attuabili attraverso piccoli progetti, disseminati, interstiziali e diffusi, che si incentrano sulla continuità di un’azione che torna a scommettere sulla lunga durata, si vanno sostituendo ai grandi progetti concentrati e iconici, spettacolari  e costosissimi, e all’estremo opposto, alla politica dell’emergenza.

Sta di fatto, però, che le  condizioni del nostro Paese sono in forte consonanza con una lettura e una  pratica diffusa e puntuale. A partire da un territorio profondamente antropizzato e ricco di un patrimonio diffuso in sitù e ancora in parte utilizzato. Caratterizzato così com’è da quella particolare “scala” del paesaggio indicata da Nicolin, che trova nel rapporto tra artificio e natura un antidoto immanente alle retoriche verdolatriche  e alle pratiche di camouflage che tutto omologano.

Lo stimolo a ricercare negli interstizi e nei luoghi inaspettati – come sui confini, ormai estremamente dilatati,  degli stessi strumenti disciplinari dell’architettura – quelle “nubi di innovazione”, auspicate da Nina Bassoli, è un modo per intercettare anche il minimo gesto in questo paesaggio disperso. Per Franco Purini il “margine” , lo “sguardo periferico”, la “pratica positiva del limite”assumono il senso di apertura ad un altrove: permettendo di ribaltare il significato di una supposta marginalità della cultura italiana del progetto, in una “marginalità consapevole”, e capace di riallineare la sua posizione, e forse sopravanzarla,  rispetto al presunto avanzamento dell’architettura internazionale. Nell’invocare uno sguardo laterale, “eretico e perturbante”,  Luca Molinari insiste evidentemente per una visione non gerarchica ed accentrata dei compiti e delle possibilità riservate all’architettura, e indica tra l’altro nel ritorno al disegno – in opposizione alle rappresentazioni panottiche  del rendering – quella modalità capace di farci ritrovare un significato altro nell’ormai omologato “pluralismo interpretativo” della contemporaneità. Anche Gabriele Mastrigli individua la differenza in un pensiero filosofico  scaturito da un “territorio senza centro e senza confini politici”, capace di mettere in tensione politica, storia e vita e di riassegnare all’architettura un nuovo ruolo, “in un campo temporale lungo ed allargato”.  Il rifiuto inappellabile di un nuovo International style da partedi Giacomo Borella, ha l’evidente significato di porre con urgenza l’attenzione sul “luogo, come unico e irripetibile”. Un’attenzione capace di intercettare anche  nell’architettura popolare tradizionale, poco incline alle deviazioni moderne, non tanto il folklorismo (che sarebbe semplicemente e linguisticamente postmoderno), ma l’onestà, l’inventiva e la modestia: una tradizione, insomma, che non è qualcosa a cui ritornare ma un obbiettivo da perseguire. Prendere posizione, in un territorio liquefatto e disperso, come suggerisce Valerio Paolo Mosco resta un compito difficile, che rischia, in ogni momento, di condurci attraverso un campo minato. Egli cerca , inoltre, tra le incongruenze la modalità per un ritorno alla rappresentatività, attraverso la ripresa di  una condizione linguistica dell’architettura, non solo come maschera, ma come metafora di una riunificazione tra parola e progetto. La questione dei livelli di realtà in conflitto tra loro sollevata da Pietro Valle, delle “stratificazioni”  e delle divisioni del progetto contemporaneo, individua perfettamente il processo di “dispersione” che coinvolge le pratiche architettoniche e urbanistiche (e non solo), restituendocele in  tutta la loro valenza negativa. Solo alla fine del suo testo, nell’ultima frase,  tenta il rovesciamento in positivo di questo contesto – il rovesciamento  tanto auspicato dal nostro scritto – invitandoci ad indagare questo territorio diviso.

E qui, a nostro avviso,  si pone in tutta la sua urgenza  il nodo rappresentato dalla ricerca di un accordo sulla nozione di paesaggio,  come quella in grado di  ri-unificare, in una visione d’insieme, in un “mondo unico” la frammentarietà delle posizioni.  Se alla dispersione è stato fin’ora attribuito un valore negativo, è paradossalmente da questo contesto che dobbiamo ripartire, volgendolo in positivo e trovando in esso lo stimolo attraverso il quale coniugare tradizione a innovazione, pubblico a privato, paesaggi a infrastrutture. Un modo, insomma, che potrebbe permettere di  gestire e modificare sistemi di differenze  in trasformazione.

Nella fotografia di Luigi Ghirri, scelta per la copertina di Lotus, luci e ombre si susseguono disperdendo raggi mutevoli lungo tutto il territorio italiano. Essi sono la metafora di una ricerca che è in continuo movimento, un continuo sfocamento per riuscire ad individuare, paradossalmente, un nuovo punto di vista. Quei raggi richiamano alla mente l’“impazienza”, la “sofferenza interna” che Pierluigi Nicolin riconosce in alcune delle esperienze italiane. Probabilmente quella stessa che provano, oggi, dei giovani architetti quando si mettono a scrivere (e nello stesso tempo, ovviamente, continuano a progettare), transitando pericolosamente sulla soglia dell’operatività di quella stessa speculazione critica[4]. E visto i tempi, non è detto  che di questa coincidenza non se ne possano, giustamente,  anche approfittare.

MarioRicci_AtelierTransito©2012


[1] Manfredo Tafuri, Francesco Dal Co, Architettura contemporanea, Electa, Milano 1976, p. 5.

[2] “Coloro che coincidono troppo pienamente con l’epoca, …non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono tenere fisso lo sguardo su di essa”. Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo?, Edizioni nottetempo, Roma 2008. Il testo riprende quello della lezione inaugurale del corso di Filosofia Teoretica 2006-2007 presso la Facoltà di Arti e Design dello IUAV di Venezia, p. 4-6.

[3] “percorsi, linee immaginarie che attraversano il nuovo continente architettonico e ciascuno sarebbe la rappresentazione delle caratteristiche di una di queste vie e delle scoperte fatte durante il viaggio”, in Pierluigi Nicolin, La verità in architettura, Quotlibet, Macerata 2012, p. 8.

[4] Nell’editoriale introduttivo, Un pensiero per l’architettura italiana, Pierluigi Nicolin cita un passaggio dalle tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin, molto significativo a questo proposito: “articolare storicamente il passato non significa conoscerlo “come propriamente è stato”, significa impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante di un pericolo”.

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