Intervista a Giorgio Barrera

I componenti di AtelierTransito, un progetto che sta puntando su di un approccio multi-disciplinare, come presupposto ad una miglior attenzione verso la cura e l’innovazione del territorio paesaggistico e metropolitano (e alla sua comprensione), scelgono l’intervista, come uno degli strumenti in grado di dare corpo a questo presupposto: quello in grado di attraversare i diversi punti di vista, di coloro i quali, sono in qualche modo impegnati nella sua interpretazione e rappresentazione, così come nella sua conservazione, gestione e trasformazione.

Il Museo di Fotografia Contemporanea (Cinisello Balsamo – MI), ha da poco reso omaggio a Luigi Ghirri, in occasione del ventennale della morte del fotografo, riproponendo, alla Triennale di Milano, una selezione di fotografie del 1984: il progetto intitolato Viaggio in Italia, un’esperienza collettiva che divenne il manifesto della “scuola italiana di paesaggio”. Quella mostra ha finito per rappresentare un punto di svolta per la fotografia italiana, rispetto alle modalità di rappresentazione e interpretazione del paesaggio, più o meno antropizzato. Abbiamo pensato, allora, di iniziare questa serie di interviste, confrontandoci con il fotografo, Giorgio Barrera (nato a Milano nel 1969) che ci sembra interessato, più di altri,  ad indagare cosa il paesaggio italiano (e non solo) sia diventato e come si stia trasformando.

Battaglia di Palestro, 30 maggio 1859

Nel 1973 Ghirri elabora un testo, che accompagna una sua importante ricerca – Atlante – nel quale traspare il legame profondo tra paesaggio e viaggio – “un viaggio, volto alla ricerca di situazioni normali, piuttosto che programmaticamente originali”.Giorgio, nel  progetto “Campi di Battaglia 1848-1867” (il cui catalogo è stato pubblicato nel 2011) è evidente la forza evocativa con cui leggi, nel paesaggio rurale, una memoria collettiva, ri-attribuendole, in maniera gentile, un’identità dimenticata. Mi chiedevo, cosa ti ha spinto a scegliere, come soggetto del tuo “viaggio”, questi luoghi epici e, se l’esperienza di “Viaggio in Italia”, ti ha in qualche modo influenzato.                                                                                     

Il soggetto è nato per caso, stavo facendo dei test con una macchina fotografica 20×25. Le mostrai a  Nicoletta Leonardi la quale mi disse che le immagini che avevo realizzato sembravano campi di battaglia. E in effetti lo erano: Battaglia di Mortara e Battaglia della Sforzesca. Entrambe svolte durante la prima guerra di indipendenza italiana. A dire il vero a “Viaggio in Italia” non ho pensato, il mio viaggio è stato solitario. Volevo mostrare la quotidianità di un luogo che deve la sua notorietà a un conflitto bellico il cui scopo era  creare una identità nazionale. Ho intepretato il lavoro come una raccolta di memorie sparse e dormienti sul territorio. Tramite questa rievocazione, realizzata mediante l’attualizzazione simbolica di segni contemporanei ho osservato e rappresentato lo stato attuale di quel luogo, di quel paesaggio.

Battaglia della Sforzesca, 21 marzo 1849

Molti paesaggisti e fotografi definiscono il paesaggio, rispetto alla sua ascendenza dal landscape anglosassone; qui da noi, la prima rappresentazione (in visu) del paesaggio, è considerata “La Tempesta” del Giorgione del 1505, che rappresenta una naturalità artificiata, in cui, il paesino sullo sfondo diventa il soggetto principale della rappresentazione pittorica. Che cosa è, per te, il paesaggio? Quale paesaggio e quale Italia hai voluto rappresentare nei “Campi di Battaglia”?                                                                                                                                                                                  

La lettura del quadro del Giorgione è piuttosto complessa e tanti hanno cercato di attribuirgli significati. Indubitabile secondo me è che anche la bellezza della forza della natura  è uno dei temi che vengono trattati.  Landschap originariamente significava  “tratto di terra” successivamente acquisì il significato di immagine (dipinto) che  rappresenta “scenari di terra”. Nelle lingue latine il significato prende forma dalla presenza di un agglomerato urbano presente in un ambiente naturale, il termine anche qui poi assunse il signficato di dipinto, veduta realista di un ambiente rurale antropizzato. Il paesaggio che è mostrato nel mio lavoro è un paesaggio di luoghi distanti da rotte turistiche che hanno perduto la loro importanza strategica e adesso sono come vuoti, ho esaminato il paesaggio come il palcoscenico di un evento remoto e la sua rappresentazione in un certo modo cela che quel luogo è pur sempre un luogo reale.  Come definizione potrei sottoscrivere la seguente: L’art. 131, del Codice dei beni culturali e del paesaggio recita che “… per paesaggio si intende una parte omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni”.  All’interno di questa definizione c’è un mondo di pensieri e ulteriori definzioni. Più emotivamente io mi sento parte del paesaggio e mi piacerebbe che fosse vissuto e trattato come il  giardino planetario definito dai pensieri Gilles Clement.

 Rispetto alle  tematiche del paesaggio urbano e naturale, e quindi in un certo senso anche rispetto all’architettura, la fotografia può avere anche attitudini trasformative e progettuali, oppure soltanto descrittive?                                                                                                                                                

La fotografia può avere tutti e tre i ruoli. È uno strumento di lettura, di denuncia, ma anche di immaginazione. Alcune pratiche della fotografia contemporanea risiedono proprio nel coinvolgimento delle persone che gravitano e fanno parte di un territorio o di un luogo che è preso come oggetto di una ricerca.

KREUZBERG - BERLIN

KREUZBERG – BERLIN

L’architettura è stata da sempre un soggetto stimolante per il fotografo, sia come elemento isolato, sia come soggetto immerso nella città e nel paesaggio. In “Attraverso la finestra” (vincitore nel 2008, del Premio Internazionale FotoGrafia-Baume & Mercier) è l’architettura, e la vita che si svolge al suo interno, l’oggetto della tua ricerca. Di questo lavoro ci sembra interessante il rapporto che sei riuscito a definire tra il dentro e il fuori: una soglia,sottolineata da un contrasto di luci. Cosa ne pensi, del rapporto tra luoghi pubblici e luoghi privati, nella città contemporanea?

Attraverso la Finestra è un progetto che ho seguito per circa 7 anni e mi ha dato molte soddisfazioni Per me è un lavoro fotografico riuscito perchè mette a disposizione diversi piani di lettura:  da una parte le messe in scena delle fotografie vogliono scardinare i dettami tipici della fotografia di matrice documentaria da un’altra lo spunto che ha dato via al lavoro è stato proprio  l’esame del dualismo spazio pubblico e privato e da un’altra ancora lo studio dei soggetti e delle situazioni riprese. È una domanda difficile e il mio rapporto con l’oggetto della domanda è idealistico: in poche parole direi che lo spazio pubblico è, quantomeno nel nostro Paese, solo apparentemente pubblico: è talmente regolamentato che si percepisce come a esclusiva disposizione del sistema stato e perciò quasi indisponibile dal privato.

Battaglia di Solferino e San Martino 24 giugno 1859

In fondo, questi due tuoi lavori denunciano il tuo profondo interesse per il territorio rurale e metropolitano. Una delle differenze più evidenti, è la presenza/assenza della figura umana; in uno è solo evocata, mentre nell’altro è esplicitamente presente. Noi di AtelierTransito, siamo convinti, che una cura innovativa del territorio rurale, sia imprescindibile dalla presenza umana all’interno dello stesso. Ci interessa sapere la tua opinione, rispetto all’accesissimo dibattito sulla conservazione/distruzione di questo particolare paesaggio, profondamente antropizzato.              

Non conosco bene questo dibattito a dire il vero. Faccio mea culpa  ma provo a esprimere qualcosa: se il paesaggio, luogo sedimetativo delle culture precedenti, è lo stato in cui un ambiente naturale si trova in un determinato periodo o momento esso in effetti non potrebbe prescindere dalla presenza umana. In particolare non potrebbe fare a meno di una presenza sensibile alle caratteristiche morfologiche e estetiche  proprie di quel ambiente. Il termine estetico qui va inteso come diretta derivazione dalla sua radice etimologica ovvero come il territorio della nostra esperienza concreta cioè come conoscenza “sensibile” in relazione a una diretta percezione o vissuto.

finestra #11b

finestra #11b

Chi agisce in  rete, spesso, non si accontenta di “condividere” immagini e contenuti (facendole transitare, come in un fluido, da un blog all’altro, da un social network ad un altro, sottoponendole a una riproducibilità infinita), ma se ne appropria, per trasformarle e de-strutturarle attraverso un processo di ri-significazione. In questo modo si portano alle estreme conseguenze quello che W. Benjamin definì “la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte”. Qual’è la tua opinione nei  riguardi del problema della proprietà-condivisione di immagini (e altri tipi di contenuti), e dei processi di trasformazione (attraverso i procedimenti di bricolage o di morphing) a cui queste sono spesso sottoposti?                                       

Non ogni foto o ogni contenuto che è presente in rete è un opera d’arte, perlomeno per  come siamo abitutati a intenderla. Benjamin si interessava alla riproducibilità come elemento di perdita dell’aura dell’opera d’arte non meccanica e al fatto che l’aura tendesse alla mitizzazione dell’opera e del suo autore mentre la riproducibilità tende a diminuire la forza del mito. Anche se occorrerebbero più parole da spendere su questo punto delicato e complicato per quanto mi riguarda sono contro il mito e pertanto ciò che è messo in rete – testi e fotografie, video e altro –  se non diversamente specificato dall’autore dovrebbe essere prelevabile e utilizzabile e così procedendo quindi ricontestualizzabile, trasformabile, in una parola sola disponibile. Ci tengo a affiancare al concetto di disponibilità di contenuti la disponibilità del sapere. Nelle maglie della rete, come asserisce Umberto Eco – e a ragione  – i risultati delle ricerche  non è detto che posseggano contenuti veritieri anzi spesso  questi  rivelano patine di superficilaità e approssimazione.  Ma è vero anche che quello che si trova nei normali canali di diffusione informativa seppur suffragato da fonti considerate certe non è detto che corrisponda alla veridicità di quanto mostrato o scritto. Occorre quindi  e sempre approfondire. Ma a parte queste considerazioni la trasformazione di un contenuto in un altro altro non fa che creare una sorta di dialogo fra colui che ha trasformato e ciò che viene trasformato. Un’ulteriore trasformazione (attraverso l’interpretazione la decodificazione o successive rielaborazioni) proviene poi da colui /coloro che esperiscono tale trasformazione. Il dialogo che secondo il mio modo di vedere è il momento più alto per l’umano per arricchirsi di conoscenza.

LJUSTERO

LJUSTERO

C’è qualche tema che avresti voluto affrontare e qualche progetto che per le più svariate ragioni hai dovuto abbandonare, non hai potuto portare a termine, o semplicemente non hai potuto pubblicare o esporre?                                                                                                                                          

Spesso quelle che non si affrontano sono le idee che non possiedono concetti forti. Non ho mai completato un lavoro su un ambito o un tema circoscritto. È una situazione che mi si palesa spesso davanti come in attesa di essere svolta. Vedremo. Ad ogni modo sono molti di più  i progetti che non sono riuscito a realizzare o ancor di più a mostrare che non quelli che ho fatto, alcuni per mia insoddisfazione verso i risultati raggiunti, altri per motivi diversi.

STOCKHOLM

STOCKHOLM

Da qualche tempo hai avviato un progetto (con altri fotografi) dal titolo “fotoromanzoitaliano”, che sembra essere più un’indagine sulla comunicazione di massa, piuttosto che sulla fotografia in quanto medium artistico. Ha ancora un significato, secondo te, questo rapporto, e qual è la sua influenza sull’immaginario collettivo e le illusioni che esso produce? L’uso del termine _azione, evoca immediatamente un approccio  situazionista: qual è il senso di queste azioni? A giudicare dalle immagini pubblicate e dalle tematiche scelte, si ha l’impressione di un progetto aperto ad una moltitudine di collaborazioni, è davvero così?                                                                                                                                                                        

Più che sulla comunicazione di massa secondo me fotoromanzo utilizza le immagini stabilendone per ognuna codici denotativi e connotativi variabili: in un certo senso vivisezioniamo la natura del quotidiano e della storia. Qualcuno ha parlato di morte della fotografia, qualcuno dice “dopo” la fotografia riferendosi ai processi digitali, io credo che alla fine si utilizzino utilitaristicamente talune espressioni per separare o distinguere momenti o correnti. Separazione è un vocabolo a me non caro e per me la fotografia è un ambito vastissimo direi senza confini e Fotoromanzoitaliano è un progetto che non si pone confini o regole, ciò che lo rende forte è stato lo sviluppo di un codice espressivo originale. Fotoromanzo è aperto a collaborazioni esterne, anzi le pretenderebbe, fa indagini e inchieste e l’unica limitazione che si pone è parlare dell’Italia. L’azione è una manifestazione di esistenza, è un fare che implica fisicità, è una costruzione concreta di un ambiente in cui si cerca di creare vita intesa nel senso di scambio, in questo senso si ha un approccio situazionista.

Di cosa hai paura?                                                                                                                                                                                                                                                                 

Di non essere presente alla fine del mondo. 🙂

Battaglia di Calatafimi, 16 maggio 1860

>>Le fotografie che illustrano il testo  sono state utilizzate con il cortese consenso di Giorgio Barrera: http://www.giorgiobarrera.it

© AtelierTransito 2012

Giorgio Barrera (1969)                                                                                                                                                                                                                                                     Ha focalizzato la sua ricerca sui nessi che legano l’immagine fotografica al reale e alla sua rappresentazione, contemporaneamente si è dedicato alla fotografia di paesaggio esplorando luoghi storici ponendo una riflessione sulla storia e sulla sua capacità di essere còlta e interpretata nel presente. Nel 2009 pubblica il suo primo catalogo monografico “Attraverso la finestra” a cui segue nel 2011 “Campi di Battaglia 1848-1867”. Ha realizzato diversi video e cortometraggi ricevendo una menzione speciale al Festival MediArt e ottenuto importanti riconoscimenti tra i quali il premio Baume & Mercier, il Premio  Canon e il premio FNAC e una borsa di studio e residenza dal centro di arte contemporanea di Tampere (Finlandia). Tra le sue esposizioni più significative, “The sidewalk never ends” presso l’Art Institute of Chicago nel 2001,  i Rencontres di Arles nel 2003.  Nel 2006, “Inventing Movements” una “outdoor expo” in formato grande affissione nelle aree di sosta della  Autostrada A6 Torino-Savona e nel 2007 una mostra site specific per “Fotografia Europea” a Reggio Emilia. Nel 2009 ha esposto al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Recentemente ha realizzato una installazione pubblica del progetto “Campi di Battaglia 1848-67” per CONTACT il festival di fotografia contemporanea di Toronto. È uno dei fondatori di fotoromanzoitaliano.it:  un progetto artistico sull’uso dell’immagine oggi,  di recente vincitore del premio Beyond Memory. È  presidente dell’Associazione Culturale LUOGOMANO con la quale promuove seminari di fotografia interdisciplinari che si tengono nella riserva naturale dell’Acquerino. Insegna presso lo Studio Marangoni di Firenze. Vive a Milano.

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