Ponte di Barche di Bereguardo#2_Quando l’uomo si sostituisce alla natura

Replica di AtelierTransito all’articolo apparso sul Corriere della Sera del 12-03-2016, riguardante lo studio di fattibilita presentato al tavolo tecnico-politico della Provincia di Pavia, 09-10-2015

Il recente progetto denominato “Rivalutazione idraulica e geoambientale del tratto del Fiume Ticino dalla loc. “Tenuta Occhio”, al ponte di barche, tra i comuni di Zerbolò e Bereguardo”, presentato al tavolo tecnico-politico della Provincia di Pavia, 09 Novembre 2015, ha riacceso i riflettori, sul celebre ponte in Chiatte, evidenziando un paradossale atteggiamento, quello in cui l’uomo vuole sostituirsi alla natura, divenendone invece, un penoso surrogato.

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Fig.1¬_Fiume Ticino, alveo del 1930 (in giallo) sovrapposto all’alveo attuale_estratto dallo studio di fattibilità presentato al tavolo tecnico-politico della Provincia di Pavia, 09 Novembre 2015

Posto in prossimità di Bereguardo, il ponte di barche attraversa il Fiume Azzurro lungo la SP 185 (Bereguardo-Garlasco), e lega tra l’altro, la sua notorietà, all’apparizione come set di numerose pellicole cinematografiche, una notorietà che ha permesso il sorgere, attorno ad esso, di alcune attività di natura turistico-ricreativa (discoteca,piscina, ristorante, piccoli bar, oltre a costituire un punto di intersezione per diversi percorsi ciclopedonali che attraversano il Parco). Il ponte non è più quello originale, e si trova da decenni a soffrire di croniche disfunzioni, dovute in particolar modo alla sua inadeguatezza al traffico veicolare, con il fisiologico accentuarsi degli interventi ordinari e straordinari per spergiurarne le continue chiusure al traffico (data anche la sua importanza strategica per la viabilità della zona). Nonostante tutto, il ponte in chiatte di Bereguardo resta una presenza simbolica e paesaggistica ormai profondamente impressa nella memoria collettiva, non soltanto per gli abitanti e fruitori delle zone limitrofe.

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Fig.2_Proposta di AtelierTransito_Luglio 2015

Nel Luglio del 2015, AtelierTransito aveva risposto, alla situazione di stallo riguardante il continuo degrado di questo manufatto, con una proposta polemica, che prevedeva di lasciare al ponte storico una funzione viabilistica ciclopedonale, trasferendo la viabilità strategica su un nuovo manufatto a valle del ponte di barche, e un’accentuazione della sua funzione simbolico-paesaggistica, capace di implementare intorno ad essa le attività di natura turistica, ricreativa, sportiva e naturalistica. Le prese di posizione in gioco, infatti, oscillavano paurosamente, tra coloro i quali avrebbero voluto smontarlo o distruggerlo, costruendone uno nuovo al suo posto, e chi invece avrebbe voluto adeguarlo di anno in anno al transito dei moderni veicoli a motore (fino a 3,5t.) per il quale è inadeguato, con esorbitanti costi di manutenzione ordinaria e straordinaria. Per noi di AtelierTransito, andava in qualche modo distinta la sua valenza storico-monumentale, paesaggistica e turistica, da quella strategico-viabilistica , con un nuovo manufatto che si inserisse nel Parco attraverso un maturo rapporto tra paesaggio e infrastrutture, un atteggiamento capace di superare d’un colpo, le nostalgiche, e in definitiva paralizzanti, posizioni degli ambientalisti nostrani da una parte, e dall’altra, di uscire dalle secche politico-decisionali che sfociano in qui provvedimenti d’emergenza, che, come sempre accade in Italia, permettono di operare sul corpo vivo del territorio attraverso una totale e irresponsabile de-regolamentazione.

La risposta data dalle Istituzioni e degli enti territoriali preposti invece, è stata quella di un progetto basato sulla paradossale modificazione dell’attuale corso del fiume – un fiume, lo ricordiamo, di natura torrentizia, il cui alveo è da sempre caratterizzato da improvvise modificazioni dovute alla sbandamento e trasformazione del suo corso principale e delle sue ramificazioni secondarie, che determinano la formazione di lanche, o bracci morti, all’interno delle zone di resilienza boschive che lo delimitano. In sostanza si vorrebbe cambiare il corso del Ticino, andando a riaprire, a monte del ponte, uno di questi canali ormai morti, e che modificando l’andamento del flusso principale delle acque, trascinerebbe a valle la ghiaia che non permette alla celebre infrastruttura di galleggiare: come se i motivi del suo continuo dissesto fossero ascrivibili unicamente al suo galleggiamento, e non invece a un ad un intreccio di motivi tra i quali, l’inadeguatezza dell’infrastruttura, proprio al moderno traffico veicolare (che non è certo quello del 1930, quando appunto il flusso principale insisteva su braccio morto che oggi si vorrebbe riaprire). La spesa totale prevista, andrebbe ben oltre i due milioni di euro. Questo, secondo gli autori, il significato del progetto: “Il fiume fino al 1930 passava da lì. Il nostro intervento punta a riconvogliare il corso d’acqua in quel tratto. Un’operazione che evita interventi invasivi e arbitrari e preferisce invece recuperare la storia naturale del parco”. Una Storia invece, lo vogliamo ribadire, ma è lo stesso studio ad evidenziarlo, caratterizzata dalla discontinuità geo-morfologica, e dalla trasformazione paesaggistica.

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Fig.3_Inquadramento dell’intervento di riapertura del RAMO 2015_estratto dallo studio di fattibilità presentato al tavolo tecnico-politico della Provincia di Pavia, 09 Novembre 2015

Un unico principio dovrebbe stare alla base di un rinnovato rapporto tra uomo e natura: quello che impone all’uomo di esserlo degnamente, e che lascia svolgere alla natura, il ruolo che essa ha da sempre interpretato. In questo progetto, invece, la mano dell’uomo non addomestica dolcemente la natura, ma si sostituisce ad essa deformandola pesantemente, proprio nel momento in cui, e di questo dobbiamo rammaricarci, quella stessa mano non è in grado di intervenire su di essa con maturità e coscienza, inserendo i suoi artefatti con delicatezza e precisione, quegli stessi artefatti che caratterizzano da secoli l’operare umano, e che hanno prodotto strabilianti pezzi di paesaggio, contraddistinti per l’appunto, da un equilibrio tra artificio e natura che non riusciamo più neanche a comprendere, divisi come siamo tra la presunzione di sostituirci ad essa e l’incapacità di essere uomini.
Mario Ricci_AtelierTransito©2016

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