RAUMPLAN DA PIOPPETO # in situ (pt. 1). Installazioni spontanee invadono la pianura

L’arte non si fa più, si trova. Ma resta, nonostante tutto, un prodotto dell’uomo, un artificio.

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© AtelierTransito

In autunno, installazioni spontanee invadono la pianura Padana. I campi tra i pioppeti, come grandi stanze all’aperto, sono allestite per lo sguardo di coloro i quali percorrono la campagna. Seguirle attraverso il transito e le soste, con lo sguardo e con l’immaginazione, immersi in esse è già un progetto. Proviamo a ri-significarle, a ripensarle, e ci accorgiamo che il nostro sguardo lentamente si modifica adattandosi alle più piccole variazioni, ai cambiamenti immobili, a considerazioni inaspettate. Sfochiamo,… rimettiamo a fuoco. Oppure (anche), chiudiamo gli occhi e rimaniamo in attesa, con tutti gli altri sensi, di uno stimolo che potrebbe arrivare. Anche il nostro corpo si muove, traccia nuovi percorsi, individua traiettorie, vi si trova immerso.

Installazioni spontanee che ci invitano a riconsiderare questi luoghi, costantemente in attesa di una loro cancellazione, di un imprudente abbandono. Segni nel paesaggio che ci insegnano a vedere differenze là dove l’occhio accecato dalle convenzioni non vede che uniformità. Così anche lo sguardo dell’architetto, dell’artista, scorge tensioni sotterranee, individua la traccia evanescente di qualcosa che è passato. Egli incide il terreno con i suoi pensieri: proiettando un significato su un’assenza. “Arricchendo la povertà dello stimolo…con delle ipotesi cognitive”. In definitiva queste configurazioni quasi casuali ed effimere, ci invitano a riconsiderare noi stessi e l’inconsistenza della nostra attrezzatura percettiva.

Un pensiero s’imbatte nel lavoro profuso in queste campagne da generazioni di uomini. Un altro, in alto insegue le rondini che tracciano nervose, sopra la nostra testa, l’estrema figura della permanenza. “Solo ciò che fugge rimane e dura “. Come il loro canto. Come un disco. Come i ricordi a cui ancoriamo la nostra memoria.

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