RAUMPLAN DA PIOPPETO # in visu

“Elsie corse nell’immensità dei campi, gonfia di un unico desiderio. Voleva evadere dalla sua vita per entrare in una vita nuova e più dolce, ch’ella presentiva nascosta in qualche angolo dei campi”                               Sherwood  Anderson                                                                                                                                                                                 “Un ragazzo sale su un albero, si arrampica tra i rami, passa da una pianta all’altra, decide che non scenderà più”                                                                                                                                                         Italo Calvino

RadaP rappresenta una  proposta di conservazione inventiva, attraverso la quale conservare quel poco di territorio agricolo che resta nel nostro Paese, insieme all’ideazione di forme innovative per la sua fruizione e valorizzazione. Basato su interventi impercettibili e dispersi, sostenibili ed effimeri, il progetto invita ad assecondare la natura del contesto, i suoi elementi concreti – il suo assetto e le sue caratteristiche morfologiche – e il suo significato collettivo e individuale, suggerendoci, inoltre, la via per raggiungere la consapevolezza di un luogo.

L’importanza di questo progetto non sta tanto nelle espressioni formali che lo compongono, che possono cambiare e trasformarsi, quanto nell’approccio che lo fonda e lo sostiene. Un progetto manifesto in cui operano diverse concezioni progettuali di carattere induttivo e multidisciplinare.

Il capovolgimento in positivo della nozione di dispersione a supporto di un’idea ibrida e porosa del giardino contemporaneo. La ricerca intorno ad un’architettura del  vuoto, come scelta radicale, insieme ad un approccio multiscalare delle ipotesi d’intervento. L’introduzione di nuove forme di fruizione e di una nuova utenza,rispetto a quella che la dimensione agricola ha tradizionalmente supportato.

L’elemento base del progetto è l’appezzamento coltivato a pioppeto che, grazie alla sua naturale articolazione e diffusione, fin negli interstizi del paesaggio agricolo, diviene il tramite di valenze progettuali diversificate. Caratteristiche, queste, che nel loro insieme si fanno veicolo per la  ri-generazione di una responsabilità della cura e di una cultura della manutenzione. Atteggiamenti indispensabili, crediamo, per la valorizzazione e la conservazione del paesaggio agricolo, del suo valore altamente collettivo e delle scelte condivise che la gestione di questa dimensione comporta nella società contemporanea.

Non è difficile, attraversando anche solo con l’immaginazione questo progetto, immedesimarsi con Cosimo Piovasco di Rondò, protagonista del Barone Rampante di Calvino, che con la sua scelta di andare a vivere sugli alberi, delinea nuove modalità di vita e soprattutto nuovi punti di vista da cui osservare il paesaggio, come metafora del mondo intero.

Come indica metaforicamente il nome Raumplan da Pioppeto, il progetto nasce dall’integrazione di un’articolazione, che è spaziale e materiale, immateriale e concettuale insieme, all’elemento pioppeto. Le figure che tornano a comporre questa rappresentazione sono geometriche: griglie e reticoli. Fluide: flussi e correnti; rizzomatiche e frattali.

L’architettura del vuoto

Il contesto d’ intervento è lo spazio “vuoto” tra gli insediamenti, a cui si addice, in modo particolare, la metafora dell’arcipelago, solcato dalle infrastrutture e interessato, spesso, da devastanti fenomeni di sprawl  e di consumo del suolo. L’immagine dell’arcipelago è utile anche per descrivere il “vuoto”, in sé, della campagna coltivata. Nel grande mosaico dei campi emergono le tessere coltivate a pioppo, diffuse omogeneamente nel paesaggio rurale, introducendo una caratteristica valenza anche dal punto di vista paesaggistico, plastico ed ecologico. E’ evidente, che quello che chiamiamo vuoto, non è vuoto  affatto, è anzi stratificato e articolato come un’opera di architettura. Meglio, un’architettura del vuoto.

                  

I dispositivi spaziali che definiscono la morfologia di questo tipo di spazio, caratterizzato da un elevato grado di porosità e isotropia, sono tutti frutto dell’opera dell’uomo: la rete idrografica di rogge, fossi e canali, la maglia dei campi, i filari di pioppi, la varietà di coltivazioni e le emergenze monumentali, la rete dei percorsi e, a scala territoriale, delle infrastrutture. Un prodotto artificiale del lavoro di generazioni di uomini, impossibile da considerare, come spesso succede, un ambito semi-spontaneo. Le opere d’artificio, per quanto sublimi possano apparire, necessitano di cure costanti e di una insostituibile cultura della manutenzione.

La caratteristica più evidente di questa proposta è che il pioppeto, grazie alla sua diffusione uniforme in un contesto genericamente agricolo, si fa veicolo di significati, anche progettualmente diversificati, integrandone le ragioni storiche, produttive ed ecologiche, simboliche o estetiche.

Alla scala minima, il pioppeto in sé, è configurato su di una griglia geometrica e naturale insieme, come una grande stanza ipostila dalle volte arboree. Tracciato su griglie dalle diverse dimensioni e pattern – commisurati ai cicli di crescita e alle scelte produttive -, il pioppeto si presta alla sosta e all’attraversamento  e può essere interpretato come una struttura neutra da completare e arredare. Si tratta di assecondare queste condizioni e rafforzarle; sfruttare la condizione diffusa e la dispersione, per introdurre nuove e antiche forme di fruizione e valorizzazione del territorio rurale, invece che modificarla e combatterla.

Dispersione e sue declinazioni                                                                                                      

Per comprendere appieno le caratteristiche del progetto è necessario introdurre la nozione di dispersione e le sue declinazioni. Una nozione che emerge dal capovolgimento del concetto di dispersione, rispetto al suo significato negativo, funzionale alle pratiche urbanistiche e sociologiche.

In primo luogo, perché si tratta di un progetto che ha a che fare con il vuoto e non con il pieno dell’insediamento e dell’architettura; che propone l’assenza – di architettura appunto – come scelta radicale di progetto, e in questo senso possiede anche un significato urbanistico in quanto  ripropone la dialettica città-campagna, che nei secoli ha prodotto l’ormai mitico paesaggio italiano. In secondo luogo la dispersione è riferita a un orientamento progettuale basato su piccoli progetti diffusi e capaci di arrivare negli interstizi che, anche se basati su interventi reversibili e temporanei, sono vettori, nel loro insieme, di obiettivi di lungo periodo. Quasi come quelle piccole azioni quotidiane che consentono la cura e la manutenzione di un luogo, come il gesto amoroso del contadino, che  passando da un viottolo non suo rimette a posto la pietra che stava cadendo da un muretto a secco.

Basato su di un approccio multi scalare, sia temporale che spaziale – dalla scala locale a quella territoriale -, da un punto di vista degli interventi concreti,  il progetto si basa sull’uso di un’architettura light diffusa: composta da interventi installativi, allestitivi e dalla trans tipologia del padiglione, caratterizzata dal minimalismo e dalla reversibilità, dalla sostenibilità e leggerezza.

Il concetto di dispersione, infine, è utile per descrivere la particolare esperienza fruitiva legata ai dispositivi spaziali proposti, che hanno la funzione di immergere l’utente nel luogo, con un ribaltamento di atteggiamento che, dall’esperienza porti alla conoscenza, e non viceversa, come nei tradizionali dispositivi di trasmissione del sapere.

Camminare come progetto.

Si parla spesso della bellezza della campagna, ma è sempre deserta, estranea e da guardare da lontano.

Molti dei progetti di conservazione/valorizzazione del territorio rurale, sono poveri di istanze rivolte alla presenza “diffusa” dell’uomo all’interno dei sistemi agricoli; riportare le persone nella campagna è quindi il primo passo da compiere per sperare che si sostituisca, a quella dell’abbandono, una cultura della manutenzione.

Discriminante centrale del progetto e dei suoi obbiettivi è, infatti, la trasversalità tra pubblico e privato. Non si tratta tanto di fare presa sul singolo privato utente, attraverso la retorica del “bene comune” o delle norme di tutela, ma di sollecitarlo ad una presa di responsabilità personale, indirizzata ad un uso corretto del suolo e alla sua manutenzione, oltre che al suo stesso godimento ed esperienza, per conservarne il suo profondo significato collettivo.

    

La transitorietà delle espressioni materiali si salda così, in questa proposta, ad una continua sollecitazione alla cura del territorio, del paesaggio e dell’ambiente, per innescare un processo di riappropriazione da parte del soggetto individuale, del significato collettivo di questi luoghi.

Inoltre, il progetto si inserisce nella tendenza contemporanea a fare della natura un luogo di scoperta e di esperienza, dove l’architettura si dissolve disperdendosi – abbandonando i tradizionali caratteri del progetto edilizio – per condurci nel cuore dei luoghi naturali, invitandoci alla meditazione e alla lentezza, ma anche alla spensieratezza, al divertimento e, contemporaneamente, ad un’amorevole cura.

Infatti troviamo sempre più spesso persone interessatea quella sfera in cui naturale, culturale ed esperienziale si sommano, fondendosi. Il veicolo per una ri-appropriazione di questi ambiti, da parte di un’utenza allargata e diversificata, è rappresentato proprio dal pioppeto, in quanto costante presenza paesaggistica e ambientale in situ. Grazie alla sua durata evolutiva e alle sue caratteristiche spaziali, questo tipo di coltivazione è particolarmente adatta ad accogliere anche la presenza umana e si adatta ad una fruizione esperienziale, immergendo l’utente in una profonda relazione con il luogo. La neutra griglia del pioppeto, inoltre, il suo sviluppo verticale e la volta arborea, che lo fanno assomigliare ad una grande sala ipostila, può permettere una grande varietà di possibilità fruitive dalle diverse valenze, oltre alle possibilità allestitive e installative tipiche di un’architettura dell’assenza: reversibile e leggera, minimale e sostenibile. Attraverso installazioni e attrezzature interstiziali, il progetto suggerisce la via per raggiungere la consapevolezza di un luogo: tramite l’esperienza dell’attraversamento, della sosta e dell’osservazione è possibile trasformare uno spazio generico in un luogo ricco di possibilità esperienziali e conoscitive,  accrescendo le valenze ad esso insite e producendone di nuove.

L’utente, immergendosi  nel luogo, è condotto con lentezza in una promenade,cognitiva e psicofisica, alla scoperta degli oggetti materiali e immateriali che possono essere distribuiti, come follies, nei pioppeti e tra i campi. Installazioni effimere in situ, allestimenti e padiglioni, capaci di assicurare molteplici funzioni che amplificano le caratteristiche del contesto. L’immersione è ottenuta attraverso l’integrazione, ai percorsi esistenti  – ovviamente da curare e ripristinare – di una maglia di attrezzature leggere e di artifici spaziali  come: passerelle e ponti, rampe e torrette, che ci conducono a contatto con la natura e con le sue caratteristiche ambientali, naturalistiche e paesaggistiche, oltre che con la sfera puramente estetica. Molte e mutevoli le valenze tematiche, dal punto di vista fruitivo, a cui questa strategia progettuale può rispondere: dai temi di carattere naturalistico, a quelli di carattere sociale e a quelli di carattere artistico. Connotati, non solo dalla valenza estetica e visiva, gli intervento possono coprire l’intero spettro della percezione sensoriale, da quelle tattili e uditive a quelle olfattive, in un continuo contrappunto, tra movimento e sosta, tra luce e ombra.

Caratteristiche, queste, che permettono certamente di stimolare le nuove tipologie di frequentatori che desiderano legare le valenze ecologiche e agrituristiche, a quelle ricreative, conoscitive ed esperienziali, valorizzando la lentezza, l’ascolto e l’immersione sensoriale e percettiva. In questo senso è importante cogliere il rapporto tra nuovi singoli frequentatori e la possibilità di insinuare una condivisa responsabilità della manutenzione e delle buone pratiche agricole e gestionali per questi territori. E’ la cultura, infatti, l’unico mezzo con cui possiamo preservarli.

Multiscalarità spazio-temporale

La caratteristica peculiare di questo progetto è quella di poter intervenire, sul territorio agricolo, alle più diverse scale, attraverso una presenza paesaggistica e ambientale in situ, adatta, grazie alle sue caratteristiche temporali e spaziali, ad accogliere anche la presenza umana, veicolando sul territorio valenze e pratiche diversificate e continuative. L’elemento pioppeto, e il filare di pioppi, sono suscettibili di diffondersi attraverso lo scacchiere dei campi a scala locale e territoriale, come tessere di un mosaico, divenendo i veicoli e gli anticorpi, atti a rigenerare il contesto.Il progetto sfrutta le condizioni  del contesto e anzi, le rafforza, invece che modificarle e combatterle.

                                                                                                               

Alla scala minima, il pioppeto in sé, è configurato su griglie dalle diverse dimensioni e schemi, prestandosi alla sosta e all’attraversamento e può essere interpretato come una struttura neutra da completare e arredare.

Dal pioppeto singolo – attrezzato o allestito – alla scala locale, di un sistema costituito dalla giustapposizione di tessere a pioppo – su di un’estensione di pochi ettari -, al sistema intermedio, come ring contro l’espansione incontrollata di un insediamento, oppure come collegamento tra due o più emergenze monumentali;  passando alla scala territoriale, come quella compresa tra insediamenti di grandi e piccole dimensioni, il progetto riafferma la dialettica città/campagna, rimarcando la differenza dei due ambiti, nel vasto arcipelago che, nel caso specifico, si estende dal Veneto al Piemonte.

Un sistema che se rafforzato da minime attrezzature, installazioni, percorsi studiati, ecc, può essere reso fungibile ad un’utenza interessata a quella sfera, sempre più ricercata, in cui naturale, culturale ed esperienziale si sommano, fondendosi.

Un’importante considerazione riguarda le scale temporali che entrano in gioco nel progetto, che è infatti strettamente legato  al lungo ciclo evolutivo della coltivazione a pioppo. Da una parte, la durata limitata di una decina d’anni, o poco più, impone un ciclo effimero agli interventi che è possibile veicolare attraverso i pioppeti.

La durata di questi interventi può oscillare da qualche mese a cique, stee anni – per le installazioni come passerelle, ponti e torrette . Dall’altra, questa caratteristica, disincentiva gran parte degli approcci speculativi e di occupazione permanente del suolo. Inoltre la diacronicità dei tempi evolutivi delle diverse tessere coltivate a pioppo, asseconda e si adatta alla trasformazione continua del contesto rurale e paesaggistico. Scendendo a una scala temporale di un anno, invece, grazie ai cicli stagionali delle coltivazioni maggiormente diffuse (riso, mais, patate, erba, frumento, ecc), è possibile immaginare interventi della durata di qualche settimana, legati appunto ai cicli di crescita, raccolta delle coltivazioni , e di accomodamento dei terreni.

Punto/linea/superficie

Questo progetto, che può assumere la forma di una articolata installazione paesaggistica in situ, di un allestimento diffuso ed effimero, si definisce compositivamente e concettualmente attraverso il celebre metodo kandiskiano,  punto/linea/superficie.

I punti, sono definiti dalle intersezioni tra i percorsi, dai luoghi di sosta, di osservazione o gioco, dalle singole attrezzature o installazioni; le linee, sono definite dai percorsi esistenti o progettati, al suolo o sopraelevati; le superfici sono definite dall’estensione del pioppeto stesso, ma anche dal rapporto tra appezzamenti piani con particolari valenze, come quelle che, delimitate dalla giustapposizione di pioppeti, ci appaiono come enormi stanze all’aperto.

La sintesi di queste figure è rappresentata dal Raumplan – da pioppeto – che, a livello progettuale, prevede appunto  la realizzazione di articolate promenade, in quota e tra i rami.

Il giardino contemporaneo

“Osservando le lumachelle dell’orto – ci accorgiamo – che queste creature dal grosso guscio beige  passano agevolmente attraverso le maglie della rete del pollaio (qui destinato ai conigli), per lanciarsi con estrema lentezza sulle piantine di scarola. Per loro il recinto non ha importanza; il tempo, a quanto pare, nemmeno.”      Gilles Clement            

Le pratiche verdolatriche e le loro retoriche, insieme al pensiero ambientalista più estremo, non sono che l’altra faccia della cementificazione selvaggia, del dilagare dello sprawl e della speculazione edilizia.

Si realizzano “orti urbani” nel momento stesso in cui si abbandonano i campi coltivati.

RadaP, tenta di rivitalizzare quel poco di campagna rimasta, attraverso la presenza delle persone, tralasciando, nello stesso tempo, gli approcci tradizionali dell’intervento paesaggistico, come il parco o lo spazio pubblico, attrezzato o tematico. In questo progetto, inoltre, la nozione di paesaggio non è da considerare nella sua valenza estetica – non solo in quella -, ma nel senso di una reintegrazione tra ambiente e territorio; non come distinzione tra natura e artificio, ma come loro sintesi.

Adottato in maniera estensiva, per indicare una congerie di situazioni ambientali diverse, il termine parco sembra ormai inadatto a descrivere le nuove realtà ambientali. E’ la nozione di giardino, invece, quella che più sembra individuare il senso di questa proposta. “Il termine giardinaggio, benché più alla buona e romantico, porta con sé la nozione essenziale di rituale di coltivazione, agricoltura, manutenzione e tempo” (Nicolin 2012). Tutte basi concettuali cruciali per comprendere il significato della sfera collettiva come somma di individualità.

Nel caso del nostro progetto, si tratta di un giardino disperso tra i campi, i pioppeti e le rogge della pianura, che ingloba lo spazio agricolo e ne mantiene le caratteristiche produttive e morfologiche, accrescendone, nello stesso tempo, le valenze per una fruizione adatta alla contemporaneità.

Un giardino aperto, che si ridefinisce nel vasto registro dell’arte contemporanea e del pensiero ecologista, ma che sfugge, nello stesso momento, alle retoriche edonistiche e alle speculazioni sulla redditività del tempo; valorizza, viceversa, la lentezza, l’osservazione e l’ascolto, l’esperienza e l’accrescimento della conoscenza, e soprattutto la “cura” e una certa decrescita.

Dimenticando il tempo che fugge, per interessarsi al tempo che è, un simile giardino ci invita a prenderci cura dell’istante. Anche il tipico “recinto”, il limite spaziale che caratterizza parchi e giardini,  svanisce, e il “tempo”e  “spazio”,  riprendono a dilatarsi.

Lungi dall’essere una scenografia immutabile, un giardino si forgia con il tempo – sfuggendo, così, alle retoriche della “società-flash”. “Il tempo, di cui l’ecologia necessità, modifica i progetti dell’artista come pure i gesti del giardiniere, minacciando seriamente la perennità delle forme. La dimensione architettonica dell’opera sembra, così, essere sul punto di essere relegata, dall’ecologia applicata al giardino, ad un posto che non ha mai occupato: lo sfondo. Il giardino ecologico non può che essere un giardino di trasformazione continua, perché il regno dei viventi non tollera forme rigide” (Clement 2012).

“Il giardino sembra [anche] essere un medium straordinariamente adatto a rappresentare – in forma diretta, simbolica, allegorica – la sensibilità e le aspirazioni di un’epoca come la nostra” (Nicolin 2012). E un siffatto giardino rappresenterebbe, probabilmente, una radura e una forma di memoria che si conserva solo grazie alla sua trasformazione continua; uno spazio simbolo di un’era ecologica in cui tutti i simboli identitari e culturali sono crollati, polverizzati dalla stretta mortale degli intricati rovi della grande jungla della comunicazione.

Uno solo tra i giardinieri, che il giardino presuppone, trasforma il territorio agricolo in un giardino degno di questo nome: quello dell’artista che c’è in lui. “In questo giardino, il giardiniere artista non è che un’interprete delle invenzioni della natura. E’ uomo d’azione e riflessione: egli appartiene al giardino e il giardino non gli appartiene. Rimanendo in ascolto la sua presenza si dilata nel tempo” (Clement 2012).

“Un giardino ecologico non è forse chiamato a scavalcare il recinto che lo delimita? Questo giardino, se è voluto e pensato come un’opera, si comporta come l’arte contemporanea di cui è parte: tende a polverizzarsi e a disperdersi ovunque. A spuntare in modo inatteso, là dove non ce lo si aspetterebbe. Tuttavia non vi è nulla di casuale, al contrario: si è saputo volerlo così. Così come si integra con l’arte contemporanea, questo giardino si integra con la natura.” (Coen 2009)


AtelierTransito © 2012

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