La Campagna

La Campagna

 Ampia distesa di terreno pianeggiante” (dal Latino Campus, “campo”), natura addomesticata dall’uomo, la campagna è il primo “paesaggio” che si impone agli europei

Paesaggi dal finestrino della macchina © Zaira_Zarotti_4
Paesaggi dal finestrino della macchina © Zaira_Zarotti_4

 

# L’invenzione del paesaggio ha in effetti origine recente, almeno in Occidente, poiché risale al XV secolo, ed è di derivazione pittorica, attingendo nelle linee essenziali alle opere degli artisti di scuola fiamminga (PoI de Limbourg, Van Eyck, Campin ecc.): tanto che vi è chi ritiene che la nozione stessa di paesaggio sia una creazione “dell’uomo urbanizzato del Nord”. Ora, il paesaggio che nel XV e nel XVI secolo si impone allo sguardo occidentale è la Campagna, un paese quieto, vicino alla città, valorizzato e reso in certo qual modo familiare da decenni di pittura fiamminga e successivamente italiana, e che la letteratura stessa non tarda a fare proprio. Particolarmente istruttiva a tale proposito è l”Invenzione” della Beauce da parte di Rabelais (1534), nell’episodio che vede la gigantesca giumenta di Gargantua radere al suolo a colpi di coda la foresta di Orléans, “riducendo tutto il paese a campagna” e suscitando questo decisivo commento: “Bello, questo [beau celI donde il paese prese il nome di Beauce” (Gargantua, XVI). Il fenomeno si estende ben presto a tutta l’Europa che, provvedutasi ormai di un vocabolo per designarlo (Landschap, Landscape, Landschaft, Paysage, Paesaggio ecc.), può bearsi del proprio paesaggio, di quella campagna coltivata che tanto differisce dal “paese sterile” e “assai salvatico”. “Appendice della città, la campagna doveva essere addomesticata, colonizzata, annessa alla vita urbana” (E. Camporesi, Le Belle Contrade. Nascita del paesaggio italiano, Garzanti, Milano 1992, pp. 40, 120). Sarà proprio questo paesaggio bucolico a regnare incontrastato da allora in poi nello sguardo occidentale. Per quanto prestigiosi e sublimi possano essere altri nostri paesaggi, Montagna, Mare, Deserto ecc., restiamo pur sempre, atavicamente, nostalgicamente, uomini di città “campagnoli”: ed è in questa nostalgia che mette radici un certo ecologismo rurale. (Alain Roger)

 Cultura e natura non si opponevano, e infatti, “in origine cultura significava agricoltura, attività che gli antichi Romani tenevano in molto rispetto” e che “si rifèrisce innanzitutto al rapporto dell’uomo con la natura nel senso di coltivarla e prendersene cura, per renderla un’abitazione adatta a lui”; da qui “il rapporto quanto mai stretto fra cultura e natura, [e presumibilmente] la creazione del famoso paesaggio italiano” (Hannah Arendt).

Paesaggi dal finestrino della macchina © Zaira_Zarotti_2
Paesaggi dal finestrino della macchina © Zaira_Zarotti_2

## Il territorio agricolo è oggi, soprattutto in Italia, un contesto minacciato, non solo dall’incuria e dalla speculazione, ma soprattutto per l’ incomprensione e il fraintendimento delle sue caratteristiche specifiche. Prima fra tutte, la doppia anima del territorio rurale: quella antropologico-produtiva e quella ecologico-naturalistica. Caratteristiche inscindibili l’una dall’altra e che generano, nel loro insieme, un paesaggio che non rappresenta affatto la distinzione tra natura e artificio, ma la sua  sintesi.

Il più grande errore che possiamo commettere nel riferirci alla campagna è, infatti, quello di considerare il territorio (il paesaggio, l’ambiente) agricolo come un ambiente naturale spontaneo, che si è formato e sussiste da sé, dimenticandoci che è invece il prodotto delle trasformazioni, della fatica e delle cure di generazione di uomini: proprietari terrieri , idraulici e semplici braccianti. La campagna è il frutto del lavoro dell’uomo, delle bonifiche, dell’ingegneria: molti territori sono, oggi, tenuti asciutti dal lavoro delle macchine idrovore. Ma le opere d’artificio, per quanto sublimi possano apparire, necessitano di cure costanti. Un tempo i contadini controllavano le acque, curavano scoli e rogge, rimboschivano. Ora i terreni sono abbandonati, e il cemento sottrae sempre più suolo all’ assorbimento di piogge sempre più intense e concentrate. Il territorio rurale è spesso recepito come zona amorfa che delimita i margini degli insediamenti e ne è invasa attraverso i fenomeni di sprawl, come dimensione in cui siamo immersi quotidianamente ma che ai più appare estranea e invalicabile.

Questo provoca spesso repulsione, tra coloro i quali temono per la devastazione della campagna coltivata, verso la presenza dell’uomo in questi contesti, senza comprendere che questo è il motivo fondamentale della sua crisi, del suo abbandono, del suo consumo.

Si parla, molto spesso, della bellezza della campagna, ma è sempre deserta,  estranea. Da guardare da lontano. E anche molte delle istanze rivolte alla conservazione/valorizzazione di questi territori, sono spesso povere di sollecitazioni rivolte alla presenza “diffusa” dell’uomo all’interno dei sistemi agricoli. Unica in grado di assicurarne la sopravvivenza, e la connessione reciproca delle molteplici valenze che li caratterizzano, integrando ragioni storiche, produttive ed ecologiche, simboliche ed estetiche.

Rispetto alle recenti valenze ricreative che emergono intorno a questa dimensione sembra che soltanto un’esperienza ravvicinata, solo l’immersione in essa, possa restituirci la sua estrema varietà e ricchezza estetica ed esperienziale, rispetto a una visione distratta che dei contesti rurali abbiamo, per esempio, dal finestrino della nostra automobile, oppure dal treno e dalla corriera che, per lavoro o per svago, ci conducono da una città all’altra.

La presenza della campagna coltivata è, inoltre,  quella che permette la dialettica con l’insediamento umano, e la rafforza, al posto che annullarla nei fenomeni di sprawl, e delle periferie diffuse.

AtelierTransito © 2013

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