Entropia

“Il modo di considerare la natura e il posto in essa occupato dall’uomo, nella visione ambientalista, ha messo in questione le classiche distinzioni tra natura e artificio, di cui si è avvalsa la teoria architettonica tradizionale. Anche le descrizioni dell’antropogeografia, che guardavano il paesaggio come specchio di un agire positivo dell’uomo nel mondo, sono contraddette dalla diffusa percezione di una crisi di consonanza tra paesaggio e infrastrutture.

I temuti mutamenti climatici, gli effetti dell’inquinamento atmosferico, le inquietudini suscitate dalle implicazioni della ricerca scientifica nel campo dell’ingegneria genetica, l’angoscia per la scomparsa di specie animali e vegetali, e, più in generale, le apprensioni per il destino ambientale del pianeta hanno modificato la nostra idea di natura.

Nozioni come ordine e disordine hanno un senso diverso rispetto al recente passato a causa dell’importanza assunta dalla nozione di entropia che, come sappiamo, aumenta in concomitanza con l’incremento di strutture “ordinate” per cui, ogni volta che un progetto viene realizzato finiamo per dare un contributo all’aumento dell’entropia del pianeta (quando come architetti introduciamo nel mondo dei piccoli momenti d’ordine, affiancandoci alla produzione d’ordine dei sistemi biologici, produciamo si una diminuzione di entropia ma, assicura la scienza, questa fa aumentare quella dell’ambiente in misura ancora maggiore).

Per una civiltà nutrita dalla concezione modernista di un futuro senza confini materiali, le verità delle leggi antropiche appariranno da prima riduttive e in definitiva deprimenti. Il motivo è che queste leggi sembrano prescrivere dei limiti fisici invalicabili entro i quali siamo costretti a operare. La spiegazione si trova nel secondo principio della termodinamica, per il quale, ogni volta che una certa quantità di energia è convertita da uno stato a un altro, si ha una penalizzazione, che consiste nella perdita di una parte dell’energia stessa, in particolare ve ne sarà una parte non più utilizzabile per produrre lavoro. Il termine per indicare questa perdita è: entropia.

Questo fatto determina notevoli cambiamenti nelle attitudini progettuali, soprattutto nel modo di intendere i rapporti tra natura e artificio: su questo punto decisivo si contrappongono due atteggiamenti antitetici. Da un lato il convincimento che l’universo sia entropico, e la terra un organismo sulla via dell’esaurimento, induce a sostenere le virtù della rinuncia, dell’autolimitazione, della parsimonia ecc.; viceversa, il convincimento che l’accettazione di tali limiti dipenda da una scarsa comprensione delle possibilità della natura, induce a confidare negli sviluppi della tecno-scienza in modo da conseguire una sorta di accrescimento delle potenzialità della natura stessa.”

Pierluigi Nicolin, Paesaggi e infrastrutture, in Lotus International 139, settembre 2009,  Editoriale Lotus, Milano, p.19.

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