Inclusione/Dispersione #1

“Ha capito infine il titolo Le vie dei canti: si riferisce alle migliaia di linee immaginarie che, secondo le conclusioni di Chatwin, attraversano l’intero continente australiano; ogni canto tradizionale sarebbe la rappresentazione  musicale delle caratteristiche geografico-topografiche di un tratto di una di queste vie.                                                                                                                                                                                                              Ha pensato: chi non vorrebbe percorrere questa mappa?”                                                                                                                                                                                        

Pierluigi Nicolin

 

 

 Possiamo riconoscere la presenza di due paradigmi operanti in maniera trasversale, sia a livello dei dispositivi istituzionali che delle agenzie di socializzazione, sia al livello delle forme che delle piattaforme espressive della contemporaneità. Uno, gerarchico e caratterizzato da meccanismi di inclusione, l’altro, viceversa, che cerca di rompere codici e confini, ed è caratterizzato dalla dispersione, dalla porosità e dall’isotropia.

Lungo lo svolgersi del pensiero Moderno del novecento,  al paradigma oppositivo (dell’avanguardia), si è sostituito quello inclusivo (del postmoderno) e, oggi, sembra affermarsene uno contraddistinto dalla dispersione. Se il postmoderno ha liquefatto le strutture solide della modernità, lasciando sul terreno lacerti e rovine da ricomporre con metodo inclusivo, la dispersione tenta di ritrovare un senso, anzi, una molteplicità di significati, nel sovrapporsi delle innumerevoli vie del pluralismo contemporaneo.

La dialettica tra inclusione e dispersione opera, inoltre, anche attraverso tutta una serie di dispositivi concettuali e strumenti diagrammatici, funzionali a diversi ambiti cognitivi e discipline; da una parte, per contenere, strutturare e organizzare un sistema di differenze (per esempio la griglia, il layout, il mat building, il network, il layer, il pattern, il codice genetico, ecc.), dall’altra per cercare di rompere gerarchie, codici e confini (per esempio il rizoma, la blob architectur, l’algoritmo genetico, la stringa, l’expandedfield, il nonformal, la fluidità, i flussi, il frattale, la mappa mentale, ecc.).

Poichè questa disanima si concentrerà soprattutto intorno ai temi e alle discipline, alle tecniche e alle teorie che organizzano e trasformano, in senso materiale e immateriale, il territorio e lo spazio di vita, possiamo agevolmente riferirci a due immagini legate all’abitare, per riassumere la questione del rapporto/opposizione tra inclusione e dispersione negli approcci alla progettazione architettonica e alla pianificazione urbana e territoriale, anche se non è difficile traslare questa antinomia anche in ambito sociologico, mediologico e perfino scientifico.

Nell’opposizione tra l’abitare stanziale e quello nomade, infatti, possiamo riconoscere la figura radicale di questo contrasto materiale e concettuale. Il primo atteggiamento presuppone una casa dalle mura solide, da riempire di tutta la nostra vita. Anzi, una casa che è, tutta la nostra vita. In un rapporto con il luogo che è il presupposto di un’identità legata alla stratificazione e all’accumulazione. Il secondo atteggiamento presuppone una tenda leggera, una capanna facile da ri-costruire, trasportabile da un luogo all’altro, perché la nostra vita e la nostra identità, sono la somma di tutti i posti su cui l’abbiamo istallata, di tutti i luoghi da cui siamo transitati. Essa non contiene nulla, fuorchè l’impossibilità di trattenere alcunché. Due modi profondamente differenti anche di intendere la memoria e il rapporto con gli oggetti. Potremmo seguire questi due atteggiamenti-paradigma amplificarsi, attraverso le vicende  dell’arte moderna, prendendo in considerazione le personalità cardine del Novecento: Picasso e Duchamp.

Sta di fatto che anche l’arte, l’architettura e le pratiche creative, o quelle museali, sono oggi sempre più contraddistinte da dinamiche tendenti verso la dispersione, oltre che verso la contaminazione reciproca, e non dobbiamo commettere l’errore di valutare solo negativamente questa tendenza. Potremmo anzi considerare la dispersione e le sue declinazioni, come una nuova attitudine, per comprendere appieno ed essere in grado d’agire, nella realtà che viviamo. Un nozione, che emerge dal capovolgimento del significato negativo di quel concetto di dispersione, che è stato funzionale alle pratiche critiche dell’urbanistica e della sociologia e che può invece servirci, oggi, per coniugare il concetto di innovazione, soprattutto culturale, con molte delle sfere e delle dimensioni della contemporaneità. Re-interpretare in questo modo il concetto di dispersione potrebbe rappresentare una delle innumerevoli vie per uscire da sterili dicotomie, come quella tra tradizione e innovazione, tra cultura e consumo, tra pubblico e privato.

Nell’ultimo decennio, inoltre, da un lato si sono accentuate le inquietudini sollevate dai temuti mutamenti climatici e dagli effetti dell’inquinamento atmosferico, dall’altro, la nozione di entropia ha assunto una crescente importanza, infatti essa sembra prescrivere dei limiti fisici invalicabili entro i quali siamo costretti a operare. Queste preoccupazioni  hanno introdotto, soprattutto attraverso il pensiero ambientalista, un’attitudine verso la limitazione, la sostenibilità, la parsimonia, orientando l’attenzione verso una responsabilità della manutenzione e della cura, del territorio, dell’ambiente e del paesaggio, e in generale verso le risorse e l’esistente.

Così, ai grandi piani e strategie, ai grandi progetti concentrati e iconici, spettacolari e costosissimi,ma anche alla politica dell’emergenza (che non risolvono problemi e anzi li dissimulano risultando infine fallimentari), si vanno sostituendo strategie attuabili attraverso piccoli progetti, disseminati, interstiziali e diffusi (che possono risolvere molti piccoli problemi), che si incentrano sulla continuità di un’azione che torna a scommettere sulla lunga durata. Discipline come l’urbanlandescape e le tendenze del paesaggismo contemporaneo sono esemplari n questo senso.

E’ nella nozione di dispersione, reinterpretata in questa sorta di arte prossemica, che sembrano sommarsi le caratteristiche per gestire sistemi di differenze in trasformazione, insieme a quelle di leggerezza, di movimento, di cura e costanza, di sostenibilità ed esperienza, in grado di ri-portare l’attenzione sui processi e sui rapporti tra le cose.

m.r. AtelierTransito © 2012

 

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