Storia di una fotografia. W. Eugene Smith, “A walk to Paradise Garden”, USA 1945.

1“A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento?” W. E. S. #1; ##2
2  http://www.laboratorio1.unict.it/lezioni/03-scritture/24a.htm  Alla massima disponibilità del “discorso” coincidente con la sua assenza, corrisponde un massimo rigore di “intelaiatura” teorica.
3 Hybridization, 1999Inclusione/Dispersione #1W. Eugene Smith, "A walk to Paradise Garden", USA 1945.

#1_Le citazioni, si sa, sono spesso un tentativo di ricondurre ad una sola frase un’idea complessa, o, addirittura,  una intera esistenza.                                                                                                                        E’ il 1955; al MOMA di New York si inaugura una mostra destinata a divenire leggendaria nella storia della fotografia: “Family of man”. Steiehen, ideatore e curatore, ha selezionato503 foto di 273 autori di paesi diversi. L’intenzione è quella di fare “il punto” sulla condizione umana e di promuovere la fotografia “come strumento per penetrare la superficie delle cose”. L’ultima immagine, quella scelta per chiudere l’emozionante percorso sul presente e per lanciare un espressivo sguardo verso il futuro, è “A walk to Paradise Garden” di Eugene Smith. La scelta è tutt’altro che banale e, al contrario, ricca di significati simbolici.

Dopo essere gravemente ferito a Okinawa, nel maggio del 1945,  Smith vive un profondo smarrimento rispetto al senso del fotogiornalismo e questo lo porterà ad interrogarsi sull’opportunità o meno di riprendere in mano una macchina fotografica.

Quella che era stata una lontananza forzata a causa delle condizioni di salute si stava trasformando in un rifiuto mentale, difficile da superare.
Convalescente, per la prima volta dopo il ferimento prova a riprendere in mano una macchina fotografica e a trascinare il suo spirito creativo e irrequieto fuori dall’esilio in cui si è chiuso. Davanti a lui, i suoi due figli camminano sicuri attraverso la foresta. Smith inquadra e scatta. Ha il bisogno urgente di creare un’immagine che parli di un gentile momento di grazia, che si opponga alla depravata bestialità della guerra, suo ultimo detestato soggetto. Il risultato è una delle più famose foto di tutti i tempi. Nei passi dei due bambini che si tengono per mano, c’è l’appassionato desiderio di un uomo di rinascere, di girare le spalle all’oscurità e camminare verso la luce. Una suggestiva evocazione del viaggio dal paradiso perduto al paradiso ritrovato, una speranza per sé e per il proprio tempo.

La seconda guerra mondiale era finita, l’umanità stava cercando di affacciarsi su una nuova epoca; la storia personale di Smith e la nascita di un nuovo mondo si intrecciano in una composizione fotografica non studiata e con perfetta luminosità, dalle tenebre alla piena luce.

##2_ Sopra vedete pubblicata una recensione a questa celebre fotografia di cui è impossibile (volendo rispettare tutti i crismi) la riproduzione su questo sito-blog. Per NOI aveva un significato di apertura positiva verso il nostro futuro, dato che è difficile non notare, scrivendo di questi temi, una profonda analogia con i nostri giorni, con le trasformazione profonde che li attraversano e con i paradossi che ne scaturiscono. Non temiamo il  baratro della guerra, certo, ma quel precipizio sempre  più impercettibile, e pur sempre pericolosamente in agguato, che si confonde con il luogo comune, con l’indifferenza indotta da una rapidità di un pensiero che, non può affondare certamente in profondità, ma neanche, riesce ad elevarsi.

Date le incertezze intorno alla riproduzione in rete di contenuti fotografici d’autore e le difficoltà da parte dei detentori dei diritti di questi sul controllo della loro diffusione, abbiamo deciso da prima di rielaborare questa famosa fotografia di Smith, facendone un’altra opera, completamente originale, e successivamente di “cancellarla” completamente, sostituendo, alla sua “presenza”, il diagramma della propria rapresentatività.

Pubblicandola in questo modo pensiamo,  perlomeno, di sollevare il problema, convinti come siamo della necessità di un  dibattito aperto e condiviso intorno a questi temi. Persuasi dell’importanza che questi rivestono per chi  è impegnato nella produzione e gestione di contenuti fotografici, progettuali e creativi, e nella loro diffusione in rete: per chi questi contenuti elabora e diffonde in una diversa e condivisa pratica creativa quotidiana, che non si appoggia più su di una visione contemplativa, autoriale e sapienziale (o semplicemente riproduttiva) di questi, ma che se ne appropria per viverli (facendoli propri) attraverso procedimenti non gerarchici ma orizzontali dei processi espressivi della contemporaneità. In cerca di una diversa espressività egli  insorge dall’identità collettiva, “si sente persona, non condivide ma divide il bene artistico, non si fa usare per conservarlo, restaurarlo e costruirlo, ma per destrutturarlo e produrre il vuoto necessario ad accogliere il desiderio sempre rinnovato di un ‘altro’ oggetto di culto”.

AtelierTransito © 2012

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